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Intelligenza Familiare: Echo e i suoi fratelli

Non so voi ma io da giorni mi scopro assorta a fantasticare su Echo, il nuovo “robot” di Intelligenza Artificiale, in lancio in questi giorni da Amazon, che dovrebbe funzionare da maggiordomo familiare, in grado di ascoltare ogni nostra richiesta e rispondere, in maniera assennata e utile, alle nostre esternazioni domestiche…

Guardate il video e il suo user scenario, e aiutatemi a capire se, anche per voi, questo Echo è infernale (ma dico molto di più di un SIRI della Apple, Google Now e Cortana di Windows)…

 

Demo di Echo-Amazon

Demo di Echo-Amazon

https://www.youtube.com/watch?v=KkOCeAtKHIc

Echo si spinge oltre le colonne d’Ercole del rapporto uomo macchina e si butta impunito nelle dinamiche familiari!!

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Sussurri e Grida. I. Bergman 1972

Notate il passaggio in cui la moglie chiede a Echo di aiutarla a far alzare il marito fedigrafo e fannullone dal letto… oppure dove Echo è interpellato in una classica lotta tra fratelli…ecco, io mi immagino le cut scenes delle vere vite familiari… e mi chiedo se inclusa nel prezzo ci sia la garanzia contro “uso di Echo come strumento di tortura psicologica, oggetto contundente, abuso sessuale”

Pensiamo a una famiglia media, con il suo Echo che a quanto ho capito si attiva con il nome “Alexa”…

Lei: “Alexa… sai dirmi l’ultima volta che Luca ha sparecchiato????”

Alexa: “Uhmmm, temo di non avere questo conteggio… ricalcolo…”

Lui: “Alexa, perché non ti fai i cazzi tuoi?”

Alexa: ” Uhmmmmmmmm, temo di non saper fare “i cazzi tuoi”

Lei: “Alexa, puoi dire a Luca che ti insegni lui, visto che è un esperto in questo campo”

Alexa: “Luca mi insegni a fare ” i cazzi tuoi?”

Lancio di Alexa dalla finestra

Fine

Che l’intelligenza artificiale abbia ancora molta strada da fare mi pare un punto condiviso… ma sono proprio curiosa di vedere questo Echo alle prese con il passaggio successivo: l’intelligenza familiare…

Come insegna Sherry Turkle nel suo libro “Insieme ma soli” la nostra tendenza è antropomorfizzare e umanizzare qualsiasi cosa, persino un’interfaccia o un PC… cosa accadrà ad Alexa quando si troverà con i suoi impavidi algoritmi a fronteggiare madri depresse, figli lobotomizzati, mariti in andropausa e suocere impiccione??

Prego, Echo!! io, Sherry Turkle e tanti altri studiosi di interazioni mediate ti aspettiamo alla prova del fuoco: ci troviamo al pranzo di Natale!

 

 

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La mia famiglia e altri social

Nel corso degli ultimi anni si è parlato molto del ruolo dei social network nel ridefinire le relazioni pubbliche, tra utenti, costruendo un nuovo spazio sociale permeato, sopratutto, dai cosiddetti weak ties.

I weak ties, o anche detti “legami deboli”, sono le relazioni che manteniamo in maniera funzionale, che apriamo e chiudiamo a nostro piacimento, che gestiamo in regime di “bassa intensità” e che consideriamo funzionali, sopratutto, ad alimentare la nostra rete di informazioni, collegamenti, “ganci”. Sono loro, secondo gran parte della ricerca sociologica degli ultimi anni, a costituire la massa critica decisiva delle nostre relazioni digitali.

Eppure, oggi i social network costituiscono una parte interessante anche delle nostre relazioni più intime. Attraverso di essi, spesso, comunichiamo con il partner, gestiamo articolate saghe familiari a distanza, intessiamo un dialogo intergenerazionale, rappresentiamo sentimenti ed emozioni modulando in maniera sempre più sapiente la nostra rappresentazione pubblica e privata.

Sono nate, per questo, persino specifiche applicazioni, come il Social Network Path, nato espressamente per gestire i legami intimi, senza “mettere in piazza” i propri sentimenti con chiunque e importanti ricerche, come quella di Pew Internet Project intitolata, proprio, Networked Families o il lavoro italiano Facebook per genitori, a cura di Giovanni Boccia Artieri.

Su questo tema, mi fa piacere presentare un piccolo contributo, frutto di una ricerca empirica, che io e Simona Tirocchi (Università di Torino) abbiamo realizzato negli scorsi mesi: si tratta del saggio “Networked families. Media e Social nelle relazioni familiari”, all’interno del libro (G. Greco, a cura di) Pubbliche intimità. L’affettivo quotidiano nei siti di Social Network, uscito questo mese per Franco Angeli.


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Attraverso questa piccola ricerca qualitativa, abbiamo esplorato cose come:

-in che modo i media, e in particolare i social, sono entrati a far parte  delle relazioni familiari tra genitori e figli?

-i social e la comunicazione mediata aiutano o complicano la vita nel rapporto genitori-figli?

-ci sono media e media, anche nelle relazioni familiari: allora meglio skype o whatsapp per chiedere il permesso di andare a una festa, e per fare pace dopo un litigio?

Interviste a madri, padri e figli, in età adolescente, ci hanno accompagnato in un viaggio umanissimo dove, diversamente dall’immagine funesta dei personaggi di Alone Together, di Sherry Turkle (2013), i media non hanno il ruolo di allontanare, ma piuttosto di rinnovare le pratiche e le danze comunicative che da sempre accompagnano lo scenario social forse più complesso di tutti: la famiglia d’origine.

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Ti piace emozionarti facile? arrivano gli “stickers” di Facebook

 

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Il tema è ormai storico…

La comunicazione mediata dal computer favorisce o inibisce lo scambio di emozioni?

Impossibile schematizzare (si dice sempre così…ma lo farò): alcuni sostengono che dietro lo schermo possiamo esternare maggiormente la nostra emotività, superando la timidezza, altri invece che la comunicazione mediata è fredda, mancando  (o deficitando) del ricco spettro di sensazioni tattili, olfattive, visive che ha una comunicazione “reale”.

Senza qui esprimere giudizi, segnalo che le interfacce, a loro modo, stanno cercando di superare la dicotomia: abbonda la comunicazione visiva in tutti i social attuali, e si tenta anche di rendere sempre più emotiva, sfaccettata e ricca la comunicazione, anche solo testuale, che attiviamo sui social.

Facebook, per esempio, potenzia il concetto di “emoticon”, portandoci finalmente al di là dell’ebete espressione degli “smile”.

Segnalo in merito questa notizia sugli “stickers”… le emoticon del futuro, presto accessibili mentre si chatta.

Oggi vi sentite più “semaforo lampeggiante”, o “fettina di limone nel cocktail (finito)”?  con Facebook si tratta solo di scegliere il template e voilà… l’emozione è servita!

 

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L’ottimismo è social

In un’epoca dove ad ogni apertura di giornale si è sovrastati da parole come “crisi”, stallo”, “default” “tunnel”, c’è un posto felice, dove l’ottimismo è di casa… o meglio è  di interfaccia.

Si tratta dei social.

Assuefatti dalle leggi della notiziabilità, per cui la “cattiva notizia” attira e invischia, facciamo fatica a pensare ad un media dove, invece, l’architettura e le funzionalità indirizzano verso un approccio positivo.

Eppure, a giudicare da alcuni interessanti studi, l’architettura dei social è pensata per alimentare flussi di positività nei confronti dei contenuti, e tra i partecipanti, e quindi fornisce “affordances sociotecniche” che, contro le leggi del mainstream, puntano sull’accondiscendenza, l’empatia e il rafforzamento reciproco delle opinioni e delle emozioni, piuttosto che sul raccapriccio, il flame, la polarizzazione di idee e  il torbido indugio nel risentimento.

Parlo di questo interessante articolo di Grudz (2013), Emotions in the Twitterverse and Implications for User Interface Design,  dove si evidenzia, attraverso una ricerca empirica condotta tramite l’utilizzo incrociato di una survey e di sentiment analysis, che gli utenti di Twitter sono portati a postare e a retweetare con maggiore frequenza (in un rapporto di tre a uno) messaggi positivi, piuttosto che messaggi negativi.

Tono Messaggi Twitter e loro relazione

L’analisi di Grudz mostra, su 500 messaggi random postati durante le Olimpiadi del 2010, che i messaggi positivi (in blu) hanno più follower (grandezza dei nodi) e più possibilità di essere retweettati

 

L’autore evidenzia anche alcune possibili affordance tecniche del social, che condurrebbero a questa tendenza:

-l’impossibilità di indirizzare ciascun messaggio a gruppi diversi.  Partendo dal presupposto, avallato da altre ricerche (boyd 2010), che messaggi tristi, e personali, sono tipicamente indirizzati a gruppi ristretti di amici e familiari, l’architettura di Twitter, che invece prevede il lancio dei messaggi a un’audience invisibile e indiscriminata, disincentiverebbe questo genere di messaggi.

-lo stesso meccanismo del retweet, la cui interfaccia, poco chiara, spesso porta a confondere chi è l’autore originale del messaggio, porta gli utenti a retweetare con parsimonia messaggi negativi, per timore che potrebbero essere a loro attribuiti.

Forse poco per dire che la twittosfera è una ventata di buon umore giornaliera, eppure qualcosa per affermare che l’ottimismo è una necessità sociale: di non sola crisi vivono i media (2.0)!!

 

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vivere o fotografarsi (su Fb?) riflessioni da Calvino

L’ultimo report di Pew Internet Research mostra l’ascesa inarrestabile dell’immagine e del fotografabile sui Social Networks.

Secondo il report Photos and Videos as social currency online ,infatti, il 46% degli utenti internet americani posta foto originali e video creati da loro, e il 41 % rielabora foto e video che hanno trovato in rete.

Tutto ciò mi ha fatto inaspettatamente ripensare e rileggere il racconto di Calvino “l’avventura di un fotografo”, contenuto nella raccolta Gli amori difficili...

Quanto ci sarebbe servito Calvino oggi…

credo che le sue riflessioni sulla fotografia siano attualissime, oggi che, come mostrano le ricerche, la comunicazione, anche quella interpersonale, si serve sempre più di immagini…

Sarò breve, come sarebbe piaciuto a “Lui”…(non a Twitter, ma a Calvino ;-)

“…Perché una volta che avete cominciato, [...] non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. ][...] Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”…

Mi fermerei qui, lasciando a voi il piacere di leggere questo racconto, e rileggerlo in un’ottica facebookcentrica…

anzi.. aggiungerei solo quest’altra, lancinante, frecciata di attualità:

“cosa vi spinge, ragazze, a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste fette temporali dello spessore di un secondo? Lanciandovi il pallone vivete nel presente, ma appena la scansione dei fotogrammi si insinua tra i vostri gesti non è più il piacere del gioco a muovervi ma quello di rivedervi nel futuro, […]

il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la spontaneità, allontana il presente”..

Ecco quello che, spesso, mi capita di pensare quando vedo una foto su Facebook, o, peggio quando, mentre lancio un pallone, mi ritrovo galvanicamente a pensare “questa la posto su Facebook”…

Secondo me per capire di SNS, oltre alle statistiche, bisognerebbe leggere di più Calvino…

 

 

 

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lo Zeitgeist da Hegel a Google…

Ebbene in questi giorni di fine anno, tra profezie Maya, oroscopi, riti vudù per scongiurare il passato e/o forse il futuro, tutti noi attendavamo di chiudere in bellezza con lo sguardo profetico che Google ci regala annualmente, attraverso il suo “Google Zeitgeist”.

Ed eccolo, oggi è arrivato, possiamo celebrarlo nel video apposito.

Senza appesantirci, vorrei solo commemorare i tempi in cui lo Zeitgeist, lo Spirito dei Tempi, lo affrontava Hegel…

Così ce lo riassume filosofico.net:

Nella sua introduzione alle lezioni sulla filosofia della storia, Hegel esordisce ponendo l’attenzione sul fatto che il tentativo di trattare filosoficamente la storia potrà sembrare bizzarro, forse una contraddizione in termini: e ciò in forza del fatto che la storia ha per oggetto i singoli fatti ed è tanto più “vera” quanto più si attiene soltanto al dato, senza spingersi oltre, mentre la filosofia persegue con la ragione l’opposto obiettivo di mirare all’universale. 

L’obiettivo principale – e in Hegel assume quasi la forma di un’ossessione – che il filosofo della storia deve porsi è di “eliminare l’accidentale”, il caso, gli eventi privi di senso: e, strettamente connesso a questo obiettivo, v’è quello di rinvenire il “senso ultimo del mondo” a cui tende il corso storico nel suo sviluppo. Per questo motivo, specifica Hegel, bisogna convincersi che il contenuto della storia del mondo è razionale e volto a un fine preciso: ciò sfugge agli “occhi fisici”, che nella storia registrano soltanto il caso,  ma deve essere colto dall’“occhio del concetto”, che, valicando i confini della “superficie”, si spinge in profondità e rinviene il senso situato al di là del groviglio dei singoli accadimenti.”

Beh… che dire? Evidentemente Hegel non ne masticava di marketing…

Google senza troppe frignacce ritiene che oggi non ci si debba troppo formalizzare e che “l’occhio del concetto” è modestamente estrapolabile da quello che abbiamo googlato quest’anno.

Per cui, il Senso della Storia è comodamente visualizzabile e cliccabile qui, in questa pratica infografica che mostra, in una sorta di lista “DireFareBaciare”, le Ricette, I Luoghi, I Personaggi, i Concerti più cercati dell’anno…

 

Lo Zeitgeist dopo Hegel: le liste Google

Certamente non sarà questo il primo e l’ultimo post in cui proverò ad affrontare cinicamente, magari con qualche strumento cognitivo e -suvvia, non vergogniamoci! anche sociologico- l’anelito  tecnocratico che prova a interpretare i cosiddetti Big Data esclusivamente su basi quantitative e informatiche… qui mi limiterò a un’innocua provocazione…

Beh quindi, curiosi di sapere quali sono stati i “Come fare”? più importanti di questo greve 2012?

Mi sarei aspettata, tanto per dire, per l’Italia, dei:

-come fare ad arrivare a fine mese?

-come fare a riprendersi la democrazia?

-come fare a capire cos’è lo spread?

-come fare a ripartire?

Ma noo, niente di tutto ciò… apprendo da Google che i “come fare” che esprimono lo Zeitgeist degli Italiani 2012 sono stati:

  1. Come fare Sesso
  2. Come fare un Clistere
  3. Come fare il Pizzetto
  4. Come fare innamorare
  5. Come fare braccialetti

E allora? Vi riconoscete nello Spirito del Tempo 2012?

No?

allora attenti a cosa cercate su Google nel 2013…

 

 

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il triangolo moderno: noi, il nostro I-phone e i nostri figli…

Spinta dalle riflessioni di Sherry Turkle, illuminante maestra, antropologa del ciberspazio e guru dei nostri fulgidi anni Novanta, che nel suo ultimo libro, dalle fosche tinte apocalittiche, dipinge una società dipendente dalla connessioni virtuali, animata da zombie persi dietro i loro schermi e incapaci di guardare oltre, ho dedicato 5 minuti di lucidità (quelli per l’appunto nei quali non ho uno schermo davanti) a pormi la seguente domanda:

-perché i bambini fanno dell’I-phone questione di vita o di morte e lottano incessantemente per strapparlo di mano ai genitori? cosa avrà quest’oggetto di chimicamente irresistibile persino per i treenni?

L’oziosa domanda è stata posta direttamente agli interessati, tramite una breve intervista, fatta in collaborazione con Elisabetta Ranieri, a 5 bambini dai 3 ai 10 anni.

Risposte? molte, a mio avviso, e sopratutto diverse da quelle ben più articolate date dai tanti report che si dedicano periodicamente a sezionare il mercato degli utenti di telefonini.

Ampie ricerche di mercato sottolineano l’uso comunicativo degli smartphone http://www.youtube.com/watch?v=LwxUfvMd6ug, ma, a mio avviso, sotto i dieci anni è davvero difficile che i bambini abbiano un utilizzo economicamente rilevante del telefonino, non disponendo ancora, nella maggior parte dei casi, di una propria autonomia finanziaria.

Altre ricerche, come quelle di Barbara Scifo sulle Culture mobili,  ne evidenziano il ruolo di oggetto simbolico, sopratutto per i teenagers.

Ma questa spinta a usare il telefonino come status symbol pare assumere un ruolo importante mano a mano che i bambini crescono, e con essi i loro “ormoni sociali”…

Dal mio piccolo esperimento sul campo, i motivi di tanto entusiasmo sono pre-economici e pre-simbolici, sono altri:

-i bambini lo usano per fare foto, registrare, e fare brevi, “divertenti” (almeno per loro) video caricaturali;

-i bambini lo usano come surrogato delle console di videogame, quando, per motivi di forza maggiore, sono costretti a staccarsene. Il telefonino batte la console perché “è sempre con noi”… sopratutto quando i genitori, stremati e indaffarati, devono far passare 5 minuti di tempo ai loro figli..

-i bambini trovano irresistibile il touch screen, e per loro questo è un gioco a sè, indipendentemente dal contenuto.

Insomma, secondo me, e invito il pubblico di “ologi” a dibatterne, l’utilizzo degli smart phone da parte dei bambini è prettamente ludico: lo usano come strumento per imitare e riprodurre il reale, spesso imitando altri prodotti mediali (ad esempio cartoni animati, canzoni, fiction preferite), e con questo usano un nuovo mezzo per fare un gioco vecchio come il mondo, quello della mimesi.

E adesso è il momento di scomodare un altro “ologo” di prima fama: hackerando a mio uso la terminologia di J.D. Bolter, affermo che i bambini usano gli smart phone per “rimediare” ovvero trasformare imitando, precedenti media e prodotti mediali, come prodotti tv, radio, canzoni e idoli di ogni dove.

Questa la mia a-scientifica impressione… ma invito mediologi, bambinologi e telefonologi a confutarla e/o arricchirla con loro esempi e opinioni.

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